Rosarno, Los Angeles, Italia

gennaio 8th, 2010

Quando ieri sera una compagna mi ha chiesto se sapevo cosa stava succedendo a Rosarno, mi ha sorpreso nel mezzo di una conversazione che riguardava la Puglia e le regionali, D’Alema e l’ingombrante sindaco di Bari, le sorti del Pd e il futuro di Sinistra ecologia e libertà. La sua domanda è stata come uno schiocco di dita che si fa davanti ad una persona inebetita, che non comprende ciò che gli sta capitando intorno. È stata la domanda che ha spalancato i ricordi e interrotto l’ordinaria narrazione di quella che noi consideriamo la politica quotidiana.
A Rosarno, luogo di dannazione della memoria per la parola civiltà, c’è una comunità di migranti impegnati nei campi. Sono lavoratori, alcuni con le carte in ordine ed altri no, sono uomini esposti all’oblio ed alla “clandestinità”. Ma la “clandestinità” che quotidianamente sperimentano questi ragazzi del sud del mondo non è la loro, quella che gli è stata appiccicata addosso dal senso comune razzista e dalle leggi del nuovo conio xenofobo della destra leghista e reazionaria. La “clandestinità” che hanno conosciuto è quella dello Stato, delle istituzioni della Repubblica degli apparati e degli strumenti che la democrazia ha costruito in secoli di civilizzazione e che qui sono sprofondati nei recessi di una terra senza legge. Lo Stato è “clandestino” e la ‘ndrangheta detta la sua legge, impone le sue vessazioni, taglieggia la misera paga di 20 euro per dodici ore nei campi con un “pizzo” di cinque euro. Intendiamoci, con quelle entrate la ‘ndrangheta non paga neppure il canone d’affitto per una delle sue scintillanti sedi d’affari diffuse in mezzo mondo, come ci ha raccontato nel suo ultimo libro Francesco Forgione, ma non è solo per i soldi che le ‘ndrine tengono questi esseri umani sotto l’infame ricatto del loro potere. Li tengono così perché quella terra è la “loro” e dove possono tenere gli schiavi, perché sono “cose” che pagano per tutta la vita e persino con la loro stessa vita il prezzo della sopravvivenza, in un paese, incivile, che non li vuole. Rosarno è il luogo dove, nella cartiera o nei campi, si consuma ogni giorno un delitto contro l’umanità e dove lo Stato interviene solo con i reparti antisommossa, per “impedire la rivolta dei migranti”, colpiti dai proiettili degli stessi che mettono le bombe sotto la Procura di Reggio Calabria.
Si, perché ieri, forse per punire chi non voleva accettare l’ennesimo taglieggiamento, alcuni mafiosi hanno sparato con i fucili ad aria compressa su alcuni ragazzi migranti. Voi cosa avreste fatto? Immaginate di essere in duemila, costretti a vivere in una baraccopoli di cartone, privi di tutto a meno della voglia di sopravvivere e di vivere in futuro una vita migliore. Immaginate il freddo, la fatica. Immaginate di reincontrare il trafficante di uomini che vi ha tolto tutto e vi ha sbarcati in terra straniera e immaginate che quello stesso voglia togliervi ancora qualcosa, voglia togliervi l’umanità e renderti bestia da soma. Immaginate che questo verme con un fucile in mano spari addosso ad un vostro amico o proprio a voi. Voi che fareste? Quale sarebbe la vostra reazione? Pensate, forse, che potreste andare alla più vicina stazione dei Carabinieri e denunciare il reo per lesioni aggravate, per tentato omicidio? Pensate che il ragazzo africano in questione avrebbe potuto consultare gli schedari, riconoscere quelli che li schiavizzano e che sparano a loro addosso, per “assicurarli alla giustizia”? No. Vero? Piuttosto, se qualcuno avesse deciso di denunciare, molto probabilmente la sua sorte sarebbe stata quella di una bella accoglienza a manganellate e un biglietto di sola andata o per la galera o per un C.i.e. (che spesso è peggio della galera stessa). E allora? Quante volte avevano già sparato, visto che l’uso dei fucili ad aria compressa pare proprio indicare che fosse un sistema “ordinario” di controllo e repressione? Quante volte si sarà occultato, per paura e diffidenza verso lo Stato clandestino, l’ennesimo abuso? Quello di ieri, certamente, è stato solo uno dei tanti colpi esplosi, uno dei tanti schizzi di merda delle mafie che ammorbano le nostre terre del sud.
E allora hanno iniziato a marciare, prima in cento, poi più numerosi verso la città che ospita, in case spesso brutte come la degradata piana di Gioia Tauro, alcuni di quelli che li rendono schiavi e che gli sparano. Prima occupano la statale tra Rosarno e Gioia Tauro, che per loro è il confine entro il quale sono reclusi, tra l’ex fabbrica Rognetta e l’ex Opera Sila, e costretti a vivere in condizioni indicibili. Poi entrano in città. L’attraversano e spaccano tutto. Quasi fosse Los Angeles o una banlieu di Parigi. E invece è una piccola città di quindicimila abitanti. La attraversano e spaccano tutto, per rabbia, per disperazione e non fanno distinzioni (come scrivono i solerti cronisti di queste rivolte annunciate ed evocate). Lo fecero altri migranti a Castelvolturno, quando la Camorra trucidò sei ragazzi che stavano in un bar. Presi a caso, per dare l’esempio, come facevano i nazisti. In quelle condizioni vi sareste ribellati anche voi, lo avrei fatto anche io. Questa rivolta è un gesto di sopravvivenza. È l’unico modo, come ancora narrano i cronisti, attraverso il quale, dopo il reparto antisommossa, questi uomini hanno potuto incontrare qualche autorità che parlasse, oltre a menare manganelli e lacrimogeni, per “trattare” il ritorno alla “normalità”.
Il presidente Loiero si è detto “preoccupato per il clima di odio e di xenofobia”. Vero, il clima di intolleranza cresce e i cittadini di Rosarno incitavano le truppe a sparare, ancora su quei rivoltosi. Ma è possibile che se ne accorga solo adesso? O che comunque senta il bisogno di dirlo solo adesso? Spero che le persone oneste di Rosarno possano veder “aggiustata” la loro cittadina. È giusto e poi siamo pure alla vigilia delle elezioni regionali…
Ma credo che ciascun cittadino italiano dovrebbe pretendere giustizia per quei migranti che ieri sono stati feriti e che, ogni giorno, vengono umiliati. Che la moneta con cui verranno ripagati non sia quella della persecuzione dello Stato, della loro espulsione, della negazione del loro diritto a restare. Questi migranti sono due volte rifugiati. La prima perché hanno cercato scampo dalla loro terra d’origine, forse per guerra, per sfuggire a inimmaginabili soprusi o anche solo per cercare una vita migliore. La seconda perché hanno trovato nella terra d’approdo la mafia, che li ha degradati e violentati. Sono uomini da proteggere, non violenti da cui difendersi. Sono come gli schiavi che, proprio in Calabria, si allearono con Spartaco e che per la libertà vennero tutti sconfitti e crocefissi sulle vie consolari dell’impero. Sono nostri fratelli. E noi non possiamo lasciarli soli.

A quarant’anni dalla strage di Piazza Fontana

dicembre 12th, 2009

A quarant’anni dalla strage non abbiamo ancora restituito verità e giustizia alle vittime di Piazza Fontana. A quarant’anni dalla strage non si sono svelate le trame che hanno generato le altre “stragi di Stato”. A quarant’anni dala strage si discute di altre stragi, di altri mandanti e di trattative tra poteri dello Stato e organizzazioni terroristico-mafiose.
Dopo quarant’anni noi non ci siamo ancora rassegnati a vivere in un paese che occulta la propria storia e per questo chiederemo sempre verità e giustizia. Verità giudiziarie e politiche, giustizia per le vittime e per la storia del nostro paese.
Sono stati fatti molti tentativi, in questi anni, di cancellare le prove e di seppellire la memoria. Si è parlato di una necessaria “memoria condivisa”. Non siamo d’accordo, mai lo saremo, a chiamare memoria condivisa quella che è la rimozione della verità storica delle stragi fasciste e golpiste. La memoria è contesa, ma non tra ideologie contrapposte. Lo è tra chi cerca la verità, a qualunque costo, e chi la vuole nascondere per leggere il passato ed il presente del nostro paese a proprio vantaggio.
Quarant’anni fa la strage fu voluta per interrompere lo straordinario processo di cambiamento sociale e politico che stava attraversando l’intera società. La strategia stragista fallì il suo intento dichiaratamente golpista e destabilizzatore, ma purtroppo contribuì a far ripiegare le forze più dinamiche della società su posizioni che potessero difendere le conquiste repubblicane.
Provare a scrivere la verità su quella strage oggi è, quindi, una azione ancora urgente e attuale. Lo è a maggior agione in questo momento in cui la più alta carica di governo, il Presidente del Consiglio Berlusconi, ha lanciato una campagna di accuse gravissime e destabilizzanti verso i più alti organi di garanzia dello Stato, dalla Corte Costituzionale fino al Presidente della Repubblica. Campagna volta a garantire la propria impunità e che minaccia, al fondo, la stessa stabilità democratica.
Con questa destra non si può venire a patti. Non lo si può fare oggi sul terreno delle riforme e non lo si può né deve fare per ricostruire la memoria del nostro paese.
La battaglia per la democrazia, per l’antifascismo e per la libertà è ancora la via maestra per ridare speranza alle donne e agli uomini che non si rassegnano né all’oblio né alle ingiustizie.

Casal di Principe, Italia

dicembre 11th, 2009

Ieri due cittadini originari del casertano, vicini al centro del potere della camorra di Casal di Principe, sono tornati al centro della cronaca. Uno di loro è il più importante scrittore italiano. È Roberto Saviano, un ragazzo di trent’anni che oggi viene acclamato in tutto il mondo. È un testimone del nostro tempo, un uomo coraggioso. Ieri, mentre gli stavano conferendo un premio molto milanese, ha dedicato ai meridionali di Milano, e forse a tutti quelli che come lui condividono la sorte dello sradicamento, dell’emigrazione, che può diventare fuga, scoperta o condanna quello spazio del ringraziamento pubblico. Un noto leghista, Castelli, lo ha invitato a “ciapà i ratt”, a prendere i topi, a stare lontano dalla terra proibita del Nord. Ecco, Roberto ne ha denunciati molti di “ratti”. Sono gli stessi che gli hanno promesso la morte. Milioni di persone hanno imparato dal racconto suo quanta falsa coscienza ci fosse nel nostro paese sulla ferocia irrimediabile della più grande azienda privata italiana. Un’azienda che ha saputo giovarsi del liberismo, della caduta dei muri, della corruzione pubblica e della disperazione privata. Castelli non trova di meglio che ripetere lo stereotipo leghista, lo insulta e noi, tutto sommato, lo consideriamo normale. Tanto è un leghista. O no?
Ma non è normale. Questo Castelli è stato ministro della giustizia, oggi sovraintende le grandi opere, forse potrebbe diventare anche presidente della Lombardia.
Questo leghista fa parte dei parlMentari che hanno firmato il salvacondotto di un altro figlio della terra casalese, il sottosegretario Nicola Cosentino, negando a maggioranza l’arresto per chi è indagato per attività mafiose di stampo camorristico.
Ecco, alla nostra destra fa schifo un uomo giusto e invece salva un figuro ambiguo. Entrambi sono nati dalle stesse parti, ma non stanno dalla stessa parte.
Nessuna ideologia della disperazione mi farà mai perdere la speranza che un giorno non debba essere Saviano a temere la sua terra, che è vero in tante parti non lo ama, ma i cosentino di ogni paese, scacciati come una malattia che infetta tutto ciò che li circonda. Ma per fare avverare questa speranza bisogna ricominciare a farsi delle domande più complesse.
Non esiste una questione separata dalle altre. Non si può districare la terra, gli interessi, la propaganda, il racconto, il sangue e la speranza del nostro tempo.
Certe volte ascoltiamo la voce della realtà isolando una nota per volta, come se in una partitura prima si ascoltassero tutti o re poi tutti i sol e così via. Così non capiremo mai nulla. Ed invece capire qualcosa in più si può.

La platea del potere

dicembre 10th, 2009

dopo le polemiche e gli applausi, le discussioni sulla bravura della soprano esordiente, la maestria del diretore d’orchestra, le “pistole puntate” del loggione sulla regista, mi pare che il commento di Serra su Repubblica di oggi sia il più bello…

MICHELE SERRA

Il secondo presidente del Consiglio milanese nella storia della Repubblica (il primo fu Craxi) la sera di Sant´Ambrogio non è andato alla Prima della Scala, ma in una multisala di Vimercate a vedere 2012, la fine del mondo. Un conoscente berlusconiano mi ha fatto notare che al cinema si sta in mezzo al popolo, mentre alla prima della Scala ci vanno solo i signori: credo si riferisse, più o meno, alle famose “élites di merda” che il ministro Brunetta, se potesse, impiccherebbe ai lampioni fino a che l´ultimo libro (o libretto d´opera) non gli cada dalle tasche.
Che Berlusconi sia il più ricco d´Italia (da sé solo una élite al completo) è cosa che non tange la visione delle cose del mio conoscente. Se la condotta di vita neroniana del premier è considerata “popolare” dai suoi numerosi fan, è anche in virtù del fatto che il vizio della cultura non fa neanche capolino tra le abitudini del premier. Il pubblico della Scala, tutto insieme, compreso quello della Prima, non possiede ciò che Berlusconi possiede da solo. Ma ha l´odioso difetto di preferire Bizet a 2012: è questa debolezza, non il censo, ad allontanarlo dal “popolo”. Che il melodramma sia stato, per un secolo e mezzo, popolarissimo, non è più un argomento spendibile.

No B-day

dicembre 5th, 2009

Martin Luther King diceva: “Alla fine ricorderemo non le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”. Rileggendo queste parole potremmo ritrovare il senso della straordinaria mobilitazione che oggi colorerà di viola e di indignazione Roma. Non si può tacere, non si può prescindere dal prendere parte, non si può confondere la debolezza dello strepito populista con la coralità delle voci che si oppongono senza tregua a Berlusconi. Essere al No B-day è oggi una scelta da fare senza astuzie, tentennamenti o artifici retorici. È un atto di responsabilità civile, ma anche un passo concreto per cambiare il volto dell’opposizione.

Del resto, non andiamo dicendo da tempo che il sistema politico italiano, l’intero paese, sia stato sfigurato dalla discesa in campo “dell’uomo con il megafono”, che con i suoi comizi ha creato non solo un sistema di potere, ma un mutamento profondo del senso comune, costruendo le condizione per la riunificazione e la riscossa di tutte le culture, un tempo minoritarie e divise, che descrivono il mosaico aberrante delle peggiori destre: quella razzista e machista, quella iperliberista e dell’evasione fiscale, quella tradizionalista e illiberale, quella omofoba, quella degli abusi e del rischio ambientale e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Non è Berlusconi che, per trarre vantaggio personale, ha pensato che il terreno privilegiato fosse quello di aggredire le istituzioni democratiche, di svuotarle di senso prima e di metterle alla corda poi, con un sistematico disprezzo per la Costituzione. Non è forse sotto i governi di Berlusconi che sono state varate le leggi per legalizzare la precarietà assoluta, per introdurre il proibizionismo come regola, per respingere i migranti in mare o per gettarli in carcere, accusati per la loro pelle, per non essere nati dai fianchi sempre meno accoglienti del paese chiamato Italia. E allora? Cosa c’è che non va in una manifestazione come quella di oggi?

È troppo “antiberlusconiana”? Diciamoci la verità, fino ad oggi non si è trovata una parola che potesse sintetizzare meglio l’avversione politica e culturale al berlusconismo, questo si debordante nel senso comune di un paese in crisi. Il berlusconismo è un progetto organico di società, moderno e feroce, che ha ispirato le destre di mezzo mondo. È chiaro che, finché non si troverà dalla nostra parte un progetto di società altrettanto unificante e efficace per ricongiungere le culture, un tempo non minoritarie, della sinistra (dal pacifismo alla cultura femminista, dai diritti dei lavoratori all’ecologismo e anche qui l’elenco potrebbe essere lungo), allora sarà meglio non nascondere la propria sconfitta dietro la critica all’antiberlusconismo. La sinistra è stata sconfitta proprio perché si è adattata alla situazione esistente, magari ricercando impossibili intese, non perché è stata sopraffatta dall’antiberlusconismo, che per altro contiene molte cose diverse al suo interno.

È contro i partiti? Beh, qui mi viene da dire che semmai è vero il contrario. Questa manifestazione è stata guardata con sospetto proprio dal maggiore partito d’opposizione e, quindi, non mi pare infondata la diffidenza verso le posizioni più ambigue (a partire dalla assurdità di accreditare come lecite la difesa del presidente del Consiglio “dai” processi, oltre che “nei”, sempre più improbabili, processi). O forse perché, grazie anche al racconto che ne ha fatto la grande stampa nazionale, è stata descritta prima come una manifestazione di Di Pietro e poi, molto tempo dopo, si è “scoperto” che era nata da quello sciame che si è dato appuntamento sui social network prima ancora che in piazza. Avete presente la coerenza del volo di uno stormo di uccelli che si ritrovano quando si cammina con il naso all’insù? O a quello che accadde a Genova o alle manifestazioni contro la guerra di Bush? Una contestazione “molecolare” alla mancanza di passioni nella politica degli sbarramenti e dei salotti televisivi.

Perché ha una piattaforma che non guarda i conflitti sociali, ma si concentra solo contro Berlusconi? Mi pare difficile ridurre ad un’invettiva senza prospettive i soggetti concreti che si riapproprieranno dello spazio pubblico lasciato sguarnito dalla sinistra. Basta fare l’elenco di quelli che prenderanno la parola a piazza San Giovanni: i lavoratori dell’Eutelia, il movimento No ponte, i ragazzi dell’Onda anomala, i precari della scuola, quelli che sono scesi in piazza a Coccaglio per colorare l’orrendo White Christmas, quelli che coltivano le terre sequestrate alla mafia a Corleone, i comitati che difendono l’acqua pubblica, ecc.

Può bastare? Forse per cambiare definitivamente il paese, no. Ma è comunque un ottimo inizio.

Voi, vittime dell’ossessione di Ferrero-Macbeth

gennaio 11th, 2009

Caro Piero, questa lettera avei preferito non scriverla. Il giornale di oggi, con molta probabilità, è l’ultimo che porterà la tua firma ma, soprattutto, la tua impronta. Domani, come ampiamente annunciato, sarà votata la tua rimozione nella direzione nazionale di Rifondazione comunista, organismo di cui faccio ancora parte insieme a tanti altri che non saranno d’accordo con questa scelta, insieme alla contestuale elezione di un nuovo direttore (o più!).
E’ un modo grottesco di concludere una vicenda che travalica l’impresa editoriale e che offre il desolante spettacolo di un partito alla ricerca di capri espiatori che facciano chiarezza sull’inesorabile crisi in cui esso si trova. Del resto, tu non paghi tanto gli azzardi culturali, le provocazioni intellettuali e politiche, la lucidità con cui hai sferzato, sempre, la direzione politica del partito. Alla bisogna basterebbe guardare l’impietosa sequenza di critiche che sono state fatte alla nostra condotta durane il periodo del governo Prodi, durante il quale il meno attaccato fu proprio l’unico ministro che, oramai dimenticato, avevamo nell’esecutivo.
Il motivo di fondo che porta a questa decisione Paolo Ferrero è la sua debolezza nel ricostruire un progetto strategico per il Partito della rifondazione comunista. È l’ossessione, senza voler scomodare la grandezza tragica di Macbeth, di vedere nemici provenire da ogni parte. Anche se sono alberi con il loro stormire di fronde agitate dalla tempesta dei giorni nostri.
Paghi la tua autonomia, il tuo formale non sottometterti al nuovo corso. Sai, immagino che sarebbe bastato che tu dicessi che il giornale avrebbe sostenuto le posizioni di Rifondazione comunista per sollevare il segretario del partito da quello che lui ha più volte definito “il dito nell’occhio” che tanto lo angustiava. Non che tu non lo facessi, intendo il dar conto dell’iniziativa e della linea di Rifondazione comunista, ma sarebbe stato necessario un atto di sottomissione formale.
La lesione di un principio laicamente sacro del giornalismo, soprattutto di quello politico, ancor di più di quello comunista, che più di altri ha pagato il prezzo alto della propria indipendenza di fronte al potere della linea imposta dai comitati centrali: cedere la propria autonomia.
Del resto, non è la prima volta che le mie orecchie ascoltano il disagio di una parte del gruppo dirigente, anche quando era in segreteria con il sottoscritto, di fronte alle “intemperanze” di una redazione vivacissima e attraversata da genuini spunti di invenzione giornalistica: da Queer alle pagine internazionali, dalle note di Rina agli affondi di Bocconetti. Alle collaborazioni esterne, che sulle pagine di Liberazione hanno depositato l’aura della ricerca culturale e politica di dieci anni di rifondazione del pensiero e della pratica comunista e di sinistra.

Te lo dice uno che, dalle pagine del Corriere della sera , è stato accusato dal segretario del suo partito di essere parte di una corrente esterna al Pd. Uno che crede ancora sia più importante quello che ci ha raccontato Anubi dalla Grecia che gli incontri con Di Pietro. Uno che crede che la rivoluzione possa passare dai contributi più eretici interni ed esterni, come quello straordinario di Pippo Delbono apparso qualche giorno fa a proposito di Pinter o dalle parole delle femministe più radicali, di quelle che hanno imposto da questo giornale il tema pubblico della violenza maschile sulle donne. Come può passare dallo sguardo limpido di ragazzi come Ivan Bonfanti, appartenenti ad una generazione che diffida molto delle certezze della storia. Eppure quel disagio non pensavo diventasse mai rancore, affanno, pragmatica gestione di relazioni che contengono il germe dell’antisionismo ottuso e la nostalgia del muro, l’insofferenza per la battaglia queer e il desiderio di un po’ più di ordine comunista.
Sinceramente non me lo aspettavo.
Hanno detto che non eri in linea con il partito. È vero, non lo sei mai stato. Né oggi lo sei con quella dell’area politica a cui appartengo. Tu ci hai conosciuti per le strade di Genova e Porto Alegre, per la nonviolenza e le “eresie” di Bertinotti. Altro che linea! Si tratta di ben più prosaica carne e sangue di un’impresa politica collettiva.
Penso che la vicenda di Liberazione “di Sansonetti” sia un po’ l’autobiografia di un gruppo di persone, compagni e compagne, che hanno voluto e vogliono guardare il mondo con la curiosità di chi si affaccia senza complessi sulla scena del mondo e con la presunzione di poter usare la parola pubblica per cambiare le cose che ci circondano. A me pare che valga la pena di continuare a farlo.

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La rai torni ad essere servizio pubblico

novembre 25th, 2008

L’incresciosa, a tratti grottesca, vicenda della nomina di Riccardo Villari alla presidenza della Commissione di vigilanza Rai mette spietatamente in luce una serie di problemi e nodi irrisolti. Quello che più ha attratto l’attenzione generale è il quadro che offre delle lacerazioni interne al Pd, che ha del tutto oscurato un aspetto altrettanto saliente e forse ancor più sconfortante, il ruolo e l’utilità reale della Commissione stessa.

Non è un caso che di quell’ente pochi ricordino e nessuno mai citi la denominazione completa: Commissione di indirizzo e vigilanza. La prima funzione, quella di indirizzo, è sempre stata totalmente e deliberatamente ignorata. E’ rimasta sempre e solo sulla carta. Parlo per esperienza diretta. Nel corso della precedente legislatura, in qualità di commissario di vigilanza, con Beppe Giulietti abbiamo tentato a più riprese, e sempre invano, di tradurre in realtà concreta il ruolo di indirizzo che alla Commissione stessa era stato originariamente assegnato. Abbiamo chiesto più volte che il Parlamento, nel pieno rispetto delle prerogative dell’azienda pubblica, si adoperasse perché nella programmazione trovasse spazio la società italiana, perché, insomma, la politica venisse intesa non solo come gioco di palazzo ma anche per quel che dovrebbe essere: la via per affrontare e risolvere i nodi sociali.

Non abbiamo ricevuto alcun ascolto. Morti sul lavoro, precariato, impoverimento crescente, effetti concreti della crisi sulle condizioni materiali di vita degli italiani: la Commissione di indirizzo e vigilanza non riteneva, né ritiene oggi che queste faccende la riguardino. E’ convinta al contrario che le proprie funzioni debbano limitarsi a una stucchevole disamina del minutaggio concesso dai vari Tg alle diverse forze politiche e all’occhiuto controllo sull’equilibrio degli inviti dei vari leader nei talk show televisivi. E’ la politica italiana, bellezza!
In questo caso, poi, non si possono neppure addurre ad alibi le dure leggi del mercato televisivo. Quello italiano è un caso tanto estremo quanto unico. Non c’è nessun’altra televisione, in Europa, in cui la sproporzione tra lo spazio dedicato alla politica di palazzo e a quella legata alla società reale sia altrettanto immensa. Non è affatto esagerato, dunque, parlare di un uso “privato” del servizio pubblico da parte del ceto politico nel suo complesso.
In questa ormai incancrenita situazione temo che sarebbe però un inutile spreco d’energie sfiatarsi chiedendo il ripristino delle funzioni originali di indirizzo per assolvere alle quali la Commissione era nata. E’ sin troppo facile prevedere che tutto si risolverebbe in uno sfoggio di ottime intenzioni destinate a rimanere lettera morta. Sarebbe forse più utile chiedersi con onestà se sia davvero il caso di mantenere in vita un ente di fatto inutile quando non dannoso e controproducente. Il compito di sorvegliare, cronometro alla mano, telegiornali e talk show può essere tranquillamente svolto da un comitato all’interno delle Commissioni cultura delle due camere, senza bisogno di chiamare in causa una stentorea commissione bicamerale.

Si potrebbe invece pensare a un organismo di tipo radicalmente nuovo, con all’interno una componente politica affiancata però da una rappresentanza significativa delle forze sociali, a partire dalle organizzazioni sindacali, alla quale affidare, stavolta, precisamente il compito di svolgere una funzione di indirizzo, con l’obiettivo di restituire visibilità alla società italiana, alla vita reale delle donne e degli uomini di questo paese, e a una politica non più intesa come sfera separata ma collegata e rapportata a quel governo della società che è, o meglio dovrebbe essere, la sua stessa ragione di esistere. Se ne avvantaggerebbe il servizio pubblico. Se ne avvantaggerebbe ancor di più la politica stessa.

Ciao Sandro

novembre 23rd, 2008

Ci sono compagni la cui semplice presenza ti rende più sicuro. Sandro Curzi era uno di questi. Ho sempre avvertito la sua come una testimonianza evidente di una grande storia di lotte per la libertà e la democrazia. Sandro sapeva come non far pesare tale storia, in primo luogo grazie alla carica umana che trasmetteva in ogni sua relazione. Sapeva costruire piani di incontro paritari, soprattutto con i compagni più giovani. Era un maestro senza pedagogismi, poichè preferiva affascinare l’interlocutore piuttosto che imporre il suo punto di vista.
Era un maestro di giornalismo, un comunista, un uomo della sinistra aperto alla società, di cui sapeva sempre cogliere gli umori e le passioni più vive.
Era un combattente, indomito. Le sue battaglie mi hanno sempre fatto sentire orgoglioso di essere dalla sua stessa parte.
A Bruna, ai suoi più vicini più cari va l’affetto e la riconoscenza per aver potuto condividere un pezzo di vita vicino al “direttore”.
Ciao Sandro, ti sia lieve la terra.